Trovo sempre più ostico scrivere di cambiamento.
Forse perché ho la netta sensazione che stia diventando troppo inflazionato, ormai è un sostantivo che ci perseguita su tutti i media, al pari di innovazione e startup.

E allora quando non riusciamo a dargli il giusto peso, quando il significato si affievolisce alle nostre orecchie e ai nostri occhi, diventa rumore di fondo.

Ma, nonostante tutto, le parole contano e sono il nostro unico modo per crescere, per far diventare la nostra piccola egocentrica intelligenza qualcosa di più evoluto, qualcosa di collettivo e di connettivo.

Sabato 8 ottobre sono stato al “festival delle comunità di cambiamento” organizzato da RENA, a Base, Milano, un luogo bellissimo, una super-comunità fatta di persone che vogliono costruire il cambiamento come connessione tra gli spunti di cambiamento progettati e attuati da ogni comunità che compone il RENA.
Comunità che sono consapevoli del fatto che il cambiamento in sé non basti, non sia sufficiente, che il cambiamento sia una cosa molto seria, da pensare, da pianificare, da progettare, perché possa portare a qualcosa di buono. Che non sia l’ennesimo mezzo da cavalcare per raggiungere un proprio piccolo o grande fine personale.

E proprio in questo senso, chi crede nel cambiamento ha il dovere di proteggerlo. Troppo spesso l’approccio è quello di mascherarsi dietro il “cambiare tutto per non cambiare nulla”. La politica ce lo dimostra ogni giorno. La dialettica è fatta di iperboli dove il cambiamento è enorme, ma le parole restano parole perché non c’è in esse alcuna forza generatrice, c’è solo spinta propogandistica non seguita da alcuna azione reale.
Finchè demandiamo il cambiamento a qualcun altro non faremo che continuare ad alimentare questo sistema, a fare del male a noi e al nostro Paese.
In qualunque situazione, a qualsiasi livello. Nella nostra professione, nella vita quotidiana, nella politica, in un Ordine professionale, in un’azienda.

 

Tornando a sabato 8 e al festival di RENA, ho avuto dei buoni segnali. Ho sentito frasi molto stimolanti. Una, di Francesco Russo, diceva:

“Il cambiamento è complicato da far succedere. Richiede costanza, duro lavoro, visione, conoscenza e studio. Allenamento”

Ed è proprio così! Le ricette semplici, quelle che vengono vendute come “la soluzione” sono solo del fumo negli occhi. Le soluzioni facili o non esistono o sono inefficaci. O semplicemente non sono in grado di vedere tutto il problema. E quindi sono inefficaci.

 

Scintille vuole essere un approccio al problema. Non certo la soluzione.
Fin dall’inizio è quello che mi ha attratto e mi ha fatto sostenere ogni giorno il progetto: passare attraverso l’innovazione per mettere al centro della scena le idee.
Idee che sono premiate attraverso il #contest, arrivato alla terza edizione nel 2016, e che sono diffuse dal racconto diretto dei protagonisti attraverso #slidingdoors e che sono raccontate da una redazione distribuita sul territorio nazionale attraverso il #blog.
Idee che sono motore del progresso e del rinnovo, che da sole non bastano al cambiamento ma di cui sono componente imprescindibile.

Altro stimolo molto importante lo ha portato Ilda Curti di cui riporto due frasi che mi hanno fatto pensare:

“Le comunità non esistono se sono dei punti che non collegano in un disegno più complesso. Come il gioco della settimana enigmistica restano dei punti e non c’è alcuna trama sullo sfondo”

E ancora:

“le comunità di cui parliamo qui, oggi, sono cellule di resistenza, luoghi fisici ed immateriali dove scrivere il nuovo Decamerone mentre la peste avanza? Perché, fuori, c’è la peste!! Oppure sono l’innesto per generare cambiamento, per diventare agenti di cambiamento? Per fermare l’epidemia, per immettere anticorpi in un tessuto sociale malato?”

Scintille è anche questo.
E’ consapevolezza che “fuori c’è la peste” e che, forse, un approccio diverso può fare la differenza, può immettere anticorpi.
E’ creare rete, comunità, mettendo al centro il ruolo dell’ingegneria nella società, senza autoreferenzialità, senza paradigmi e retaggi culturali.
Creare dialogo, scambio, far conoscere le piccole e grandi eccellenza che creano con fatica, studio, lavoro, insistenza, capacità, follia e talento tanti piccoli tasselli di cambiamento. E fare in modo che possano avvicinarsi e dare vita a quell’immagine sullo sfondo.
Non un’immagine qualsiasi, ma l’immagine frutto di quel progetto che dobbiamo completare insieme, progetto che deve nascere dall’intelligenza connettiva.

Scintille è futuro solo se saprà e camminare e correre sul confine.
In bilico, senza paura.

 

P.S. la parola cambiamento compare 14 volte nell’articolo (16 se contiamo questa ed il titolo…), e sulle 704 dell’articolo è evidentemente inflazionata!!!