Oggi è essenziale ripensare completamente alcuni ambiti, cercare un nuovo punto di vista che ci permetta di seguire nuove strade e di lasciare indietro vecchi modelli.

La digital fabrication sta rivoluzionando la produzione industriale, mettendo in secondo piano la produzione di massa a favore di una produzione più mirata e soprattutto personalizzata. Attraverso alla stampa 3d, le possibilità di produrre oggetti sta diffondendosi ancora di più arrivando potenzialmente fin dentro le nostre case.
Come ormai è generalmente risaputo, con stampa 3d intendiamo un procedimento, realizzabile con svariate tecnologie, che permette di trasformare un file contenente il modello virtuale in un oggetto vero e proprio. Tralasciando di descrivere tutte le tecnologie a disposizione, le stampanti 3d oggi più diffuse, quelle a tecnologia FDM o FFF, lavorano per addizione: viene depositato il materiale strato per strato, seguendo un percorso guidato dal computer, fino a comporre l’oggetto completo. Tecnologia diffusa in questi ultimi anni grazie allo sviluppo avvenuto dal basso, attraverso la community, dopo che i principali brevetti sono scaduti.
Come detto, per produrre un oggetto si deve partire dal modello virtuale, e, mentre in passato era necessario essere in grado di utilizzare complessi software di moderazione 3d, oggi abbiamo a disposizioni molte app che permettono di comporre più semplicemente parti elementari ed arrivare al modello finale.
Indipendentemente da come vengono realizzati i modelli 3d possono essere messi online e divenire ricercabili e scaricabili, ad esempio attraverso portali come Thingiverse, piattaforme che consentono il caricamento di modelli 3d di oggetti che altri utenti possono scaricare e realizzare in proprio.
Questa possibilità, affiancata alla diffusione di stampanti 3d domestiche e ai servizi di stampa 3d diffusa, professionali, low-cost e on-demand, porta in un contesto completamente nuovo l’idea di manifattura.
Proprio come l’avvento del digitale ha dato origine alle cosiddette “copyright wars” tra titolari del diritto d’autore e utenti inclini a realizzare e facilitare la circolazione non autorizzata dei contenuti protetti, il timore è che la stampa 3D permetta diffusamente di copiare oggetti, o parti di oggetti, protetti da diritti di proprietà intellettuale.
Tutto ciò può essere osservato da due punti di vista: quello dell’utente finale, che in questo caso è anche maker, per il quale c’è una maggiore liberà oltre alla possibilità di un risparmio immediato e quello dei produttori su larga scala che invece vedono una potenziale riduzione del mercato.
Proprio per questo le grandi aziende stanno reagendo puntando sulla creazione di protezioni sui file digitali, secondo strategie che si sono già rivelate fallimentari nel mercato della musica e dei giochi.

In un articolo pubblicato su Euronews, Julie Samuels, legale, esperta in diritto d’autore presso Electronic Frontier Foundation, affronta il problema della legge sul copyright affermando “Lo stato ha emanato leggi restrittive sul diritto d’autore, inasprendo anche le norme sui brevetti, gli sforzi fatti per rafforzare le leggi sul copyright hanno un impatto anche sulla stampa 3D. Le leggi dovrebbero avere il potere di impedire alle persone di stampare a casa propria oggetti di proprietà altrui, o di creare dal nulla nuove stampanti 3D sulla base di quelle già in commercio incrementando il mercato della stampa 3D.
Parallelamente Cyndi Tetro, consulente di Disney in un’intervista rimarca che “Le aziende temono sempre di perdere brevetti e design esclusivi così si ragiona sempre su come muoversi nel mondo delle fonti aperte e delle comunità di fan e sul come proteggere il proprio brand”.

Negli ultimi tempi sono nate, e sono state finanziate, startup che fanno della protezione della proprietà intellettuale il proprio obiettivo e il proprio business principale, da Authentise a Secured3d.
Queste società stanno tentando di portare un approccio alla stampa 3d che è molto simile a quello che Spotify ha portato nella musica pop o Netflix nelle serie tv.
Il concetto risiede nel rendere impossibile per l’utente memorizzare e successivamente eventualmente condividere i modelli per la stampa 3d di oggetti coperti da diritti. Ciò significa che marchi come Disney potrebbero mettere a disposizione i loro file online, dando la possibilità agli utenti di scaricare e realizzare gli oggetti con la propria stampante 3d. In tal modo quindi le grandi aziende potranno pensare di implementare un servizio di stampa 3D piuttosto che vendere oggetti reali nei negozi. In proiezione futura (seppure ancor distante) tutto ciò consentirebbe di entrare in una nuova fase della distribuzione, e soprattutto di ridurre in modo consistente gli imballaggi.

Ma i problemi legati ai diritti d’autore non sono sempre così semplici, le modalità in cui ci si deve confrontare sono svariate. Ad esempio, realizzare un modello 3d a partire da un’illustrazione coperta da copyright e successivamente stamparne una copia fisica a scopo non commerciale non costituisce illecito a meno che il detentore dei diritti non abbia commercializzato un analogo prodotto fisico, in questo caso l’esclusività dura solo 25 anni e non quanto i diritti dell’illustrazione stessa. Già dalla disamina di questo primo esempio capiamo come il terreno sia minato.
Nel caso dei brevetti, invece, la maggior parte dei pezzi che potrebbero essere stampati in 3d amatorialmente ricadono in quelle eccezioni che caratterizzano i diritti del brevetto. In particolare il brevetto su un prodotto non protegge automaticamente tutte le singole parti da cui è composto. Questa eccezione è quella che permette, ad esempio, di acquistare pezzi di ricambio non originali da produttori diversi rispetto a chi ha prodotto quel particolare modello di automobile.

Un approccio intermedio è quello che sta tentando Mattel, uno dei più grandi produttori di giocattoli al mondo. A metà febbraio 2016, nel corso della fiera del giocattolo a New York, ha presentato una stampante 3d per bambini che si chiama “ThingMaker” e che sarà messa in vendita in autunno al prezzo indicativo di circa 300 dollari. La nuova stampante ha ricevuto molte attenzioni soprattutto per l’applicazione che l’accompagna, semplice e intuitiva da utilizzare e che permette ai bambini di progettare i giocattoli che poi possono essere immediatamente stampati.
L’app “ThingMaker Design”, disponibile gratuitamente per Android ed iOs, mostra un’ampia serie di componenti che in fase di progettazione possono essere uniti insieme per creare un nuovo giocattolo. Dopo averlo assemblato nell’applicazione, si possono aggiungere personalizzazioni di vario tipo a partire dalla scelta dei colori. Per ora l’applicazione consente di realizzare pupazzetti di vario tipo, gioielli giocattolo e altri oggetti da indossare, ma si può ipotizzare il successivo sviluppo della libreria che potrà consentire di aggiungere altri tipi di giocattoli, probabilmente con il meccanismo di acquisto in-app, dagli accessori per la Barbie alle automobiline HotWheels. Nell’applicazione è stato previsto anche la possibilità di esportare il file pronto alla stampa non solo per la stampante proprietaria ma anche per le più diffuse piattaforme low-end.

Stampare giocattoli o parti di essi è semplice, ma realizzare oggetti di uso comune non è ancora alla portata. Spesso gli oggetti sono costituiti da più materiali e gli oggetti realizzabili a partire dai digital materials hanno ancora costi realizzativi molto alti, assolutamente non raffrontabili con una produzione di massa. Ma tutto è da vedere nella prospettiva dei prossimi anni.
Proprio come l’avvento degli mp3 ha determinato la produzione del relativo lettore, la creazione di un vero e proprio mercato con centinaia di milioni di apparati venduti e la creazione di nuovi modelli di business per la distribuzione online della musica, così non vi sono ragioni per credere che le aziende non sfrutteranno le nuove opportunità aperte dai processi di stampa 3d.

Seguiremo gli sviluppi nella speranza che il concetto di condivisione, e in generale di open, possa rafforzarsi anche in questo settore, che oggi ha assunto un’importanza enorme grazie soprattutto alla community e possa contribuire a rafforzare la sharing economy, una delle poche prospettive concrete che possono guidarci per uscire da una crisi che continua ad alimentarsi grazie a modelli economici che fingiamo di non sapere quanto siano errati.