Vitalità e curiosità di chi a volte ha il bon ton di un orango di Sumatra … ma sono solo pensieri in libertà … quindi chiedo venia in anticipo  #futurenofear
(ex AA.VV.)

L’innovazione è un luogo non luogo, è un posto che non è un posto, nulla la caratterizza in maniera finita e definita, per questo è di moda, per questo è famosa, tutti possono parlarne e provare ad avere voce in capitolo.
Spesso, però, abbiamo cambiamenti reali sotto il naso ma non siamo allenati a vederli.
L’abilità principale, infatti, è non perdersi.

Troppo poche sono le occasioni per fermarsi a riflettere ed a discutere sopra i pensieri emersi, per questo siamo deboli e tali rimarremo se non ci diamo da fare in questa direzione.

Ma qual è, ad esempio, la posizione dell’innovazione nel tempo e nello spazio?
Prima? Dopo? Davanti? Dietro?
Gli antichi greci credevano che il futuro fosse qualcosa che arriva alle spalle, mentre il passato era visto come qualcosa davanti a noi, in allontanamento.
Ma come si guarda allora al futuro?
Si possono fare proiezioni dal passato anche quando questo ha dimostrato essere sbagliate?

Il pensiero forte della cultura del cambiamento deve mettere in discussione i valori culturali comunemente accettati.
I traguardi positivi, infatti, non hanno nulla di limitante.
La cultura del cambiamento dovrebbe secondo me essere un blended tra cultura classica e cultura romantica, così come l’intelligenza umana.
Dalla cultura classica prendere l’essere tutto misurato e misurabile, contenuto, dimostrato e dimostrabile, in grado di mettere ordine dal caos, non emotivo, economico e rassicurante, quel luogo della mente dove leggi e ragione dettano forme, linee e simboli.
Dalla cultura romantica una visione del mondo in termini di immediatezza, ispirazione, immaginazione, intuizione, creatività, impossibilità a ragionare secondo schemi predefiniti ed eterodiretti, imprevedibilità e irrazionalità, alla perenne ricerca del piacere.
Come dire, mischiamo pensiero sistemico e pensiero laterale, solo così avremo menti ed intelligenze sopraffine e non solitarie né elitarie.

Tutti percepiamo milioni di cose, forse le registriamo, ma mai ne prendiamo coscienza fino in fondo, a meno che non ci sia un particolare e/o un riflesso che accende sinapsi e fa esplodere un quadro cognitivo.
La nostra visuale, infatti, è come un pugno di sabbia rispetto al mondo, per questo discriminiamo.

Non dobbiamo attaccare gli effetti, ma le cause.
Se noi smantelliamo una fabbrica lasciando in piedi il sistema di pensiero che l’ha prodotta, questo stesso darà origine ad una nuova fabbrica.

La causa dell’attuale crisi sociale è da ricercare nell’aberrazione genetica insita nella natura stessa della ragione.
La razionalità di cui ci avvaliamo non fa avanzare la società fino a che rimaniamo schiavi di inutili bisogni materiali, sempre più superflui.
Viviamo una società emotivamente superficiale, oramai da troppi anni, esteticamente insensata, spiritualmente vuota.

La conoscenza inizia con l’esperienza, determinante cosa e come ci monti sopra.
La chiave è l’azione e la scelta consapevole della propria velocità di marcia, non tutti sono fatti per correre, non tutti devono correre, anche perché correre sempre non serve.
Nel mondo grande e terribile c’è molta più varietà di quella che possiamo notare dalla nostra piccola e povera visuale.

Ergo, dinamicità, spregiudicatezza, nuove professionalità, nuovi migranti, nuovi tessuti produttivi.
Non annulliamo le differenze generazionali, non entriamo sempre in conflitto per ogni cosa, buttiamoci in orizzonti di speranza concreti, costruiamo una narrazione condivisa di positivi risultati comuni.
L’ultima frontiera, in fin dei conti, è sempre la speranza di realizzare!

Un sorriso, Nicola

SalvaSalva

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