“Che cosa vuol dire “addomesticare”?” disse il Piccolo Principe

E’ una cosa da tempo dimenticata. Vuol dire “creare dei legami”…” rispose la volpe    

Creare dei legami?” 

Certo” disse la volpe, “Tu, fino a ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”. 

(tratto da “Il Piccolo Principe”, A. De Saint Exupéry)

 

L’altro giorno mi sono imbattuta in un documentario della BBC sugli indigeni delle Isole Trobriand, che si trovano nell’Oceano Pacifico, in Papua Nuova Guinea. Presso queste popolazioni trova ancora spazio la pratica del Kula. Il Kula è uno scambio simbolico di doni tra abitanti di isole diverse, che avviene da generazioni per sancire alleanze dal punto di vista sociale e commerciale. Materialmente, altro non è che il baratto di una collana fatta di conchiglie con un particolare bracciale. Il valore che assumono questi oggetti è profondo: essi sanciscono la presenza di un rapporto basato sulla fiducia, in cui ogni isola nel tempo si impegna a fornire cibo, oggetti utili, protezione e ospitalità alle isole con cui ha condiviso la pratica del Kula; questi oggetti non hanno grande importanza materiale, anzi devono continuamente circolare ed essere condivisi nel tempo e tra le popolazioni, e hanno soprattutto un significato simbolico. L’onore ed il prestigio sociale degli indigeni dipende anche dalla presenza dei Kula.

Nel mondo occidentale esiste ancora qualcosa di simile? Quanto valore assume l’economia del dono? La volontà della condivisione? E soprattutto la volontà dell’incontro tra persone per la condivisione? La presenza di “piazze virtuali” facilita le occasioni per creare reti di scambio culturale, ma quanto riusciamo a rendere queste reti reali? Le nostre relazioni virtuali sono simili alla pratica del Kula? Nella maggior parte dei casi, no. La presenza virtuale resta tale, e se in alcuni casi fortunati si traduce in un arricchimento dal punto di vista lavorativo, in qualche cliente in più, poche volte si concretizza nell’incontro tra persone e nell’instaurarsi di relazioni autentiche e sincere. Le nostre relazioni virtuali si basano sulla fiducia? O servono solo per mettersi in mostra, per lasciare altri in cattiva luce, per sfogarsi in modo sterile? Il vero valore aggiunto della rete esiste se c’è la trasformazione di un rapporto virtuale in un rapporto autentico, in un reale incontro per la condivisione di un ideale, un progetto, un obiettivo comune. La pratica indigena del Kula si basa su questo, sulla fiducia reciproca, qualcosa che nella nostra società oggi manca, qualcosa che abbiamo perduto. E la logica non può essere sempre solo quella della merce, del denaro, ma anche quella dello scambio di idee: quanto pratichiamo la libera circolazione di idee? Quanto siamo disposti a condividere di “nostro” per metterlo a disposizione degli altri? Questa è la base di una reale “economia collaborativa”.

Gli indigeni, che conoscono bene la natura, sono in stretta connessione con essa. Se anche noi ci interessassimo alla natura, sapremmo che persino le piante comunicano tra loro mediante particolari tipologie di reti, basate sulla chimica. All’interno delle foreste si instaurano relazioni anche simbiotiche di mutuo aiuto: le micorrize, per esempio, sono una simbiosi tra funghi e radici delle piante, da cui entrambi traggono beneficio. Tutti gli organismi che vivono all’interno di un ecosistema sono collegati tra loro da reti alimentari e non solo. Tra questi organismi c’è anche l’uomo, che invece di mantenere la connessione con la natura e di riattualizzare la pratica del Kula tende a rinnegare il cambiamento climatico, a deresponsabilizzarsi, ad individualizzare invece che a condividere in modo reale e profondo, a separare e distruggere invece che a trarre beneficio dal bello della diversità.

“L’economia del dono”, che sembra semplice, è in realtà profonda: implica l’obbligo di dare, l’obbligo di ricevere, l’obbligo di restituire più di quanto si è ricevuto. Implica grande generosità, rimanda ad un valore d’uso che non è solo il valore di mercato di quel bene, ma che è molto di più. L’economia del dono è soprattutto assunzione di responsabilità, e richiede coraggio. Ma noi, coraggio ne abbiamo?! I “leoni da tastiera” sono leader nella vita di tutti i giorni? Noi stessi cerchiamo ogni giorno di migliorare il mondo instaurando relazioni profonde, autentiche, basate sulla fiducia?
Da questo punto di vista, poco è stato fatto. Molto resta da scrivere.

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