La limitatezza e l’aridità di una definizione del livello di sviluppo delle nazioni basata esclusivamente sulla considerazione del loro prodotto interno lordo sembra imporsi all’attenzione di una parte della comunità degli economisti e dei sociologi, riportando in primo piano l’importanza di valori come l’altruismo e le buone relazioni umane perché le persone possano essere felici e vivere in una società felice  (“La felicità come indice di sviluppo umano”, di Biancamaria Alberi).

Considerando l’innovazione sociale come insieme di strategie messe in atto per soddisfare quelli che sono bisogni sociali e contribuire al miglioramento della società (cit. “Libro bianco sull’innovazione sociale, scritto da Robin Murray, Julie Caulier Grice e Geoff Mulgan), è importante chiedersi quale tipo di innovazione sociale serva alla nostra società.

Nella nostra società si coglie un generale, diffuso, disagio sociale tra i giovani e i giovanissimi. Un disagio che serpeggia, trasparente ma corrosivo, generando infelicità. Una società che cresce nuove generazioni nel disagio non può essere una società felice. Non è una società che evolve, ma un sistema che è destinato a collassare su sé stesso. I dati dell’OMS mostrano che la depressione interessa nel mondo 350 milioni di persone, di cui gran parte sono giovani, e che spesso questi arrivano a togliersi la vita o a tentare di farlo.

In Giappone gli “hikikomori” sono in aumento: ragazzi per lo più adolescenti che ad un certo punto della loro esistenza decidono di chiudersi in casa e non uscire più per mesi, mantenendo come unico collegamento con il mondo la rete. Giovani che celano dietro la connessione perenne una totale incomunicabilità con il mondo reale. Che scelgono di ricrearsi una realtà parallela che non è vera, che non è realmente vissuta. Giovani che abituati a chattare 24 ore su 24 non riescono a comunicare in modo reale con persone reali.
Nelle nostre scuole (in Italia) assistiamo ad una drammatica diffusione dei cellulari in bambini sotto i 14 anni. Cosa fa un ragazzino con un cellulare ipertecnologico? Fa cose da non fare, vede cose che non deve vedere, diventa adulto in un modo distorto, perverso e incoerente per la sua età. In altre parole, perde l’innocenza troppo presto. Impara a chattare prima che a scrivere in corsivo, non sa formulare un discorso in corretto italiano ma in compenso è campione di Ruzzle.
La rete agevola la comunicazione nella maggior parte dei casi, ma un suo uso scorretto ne fa uno strumento dietro cui nascondersi per non affrontare la realtà.  I bambini non riescono più a fare i bambini. Non ci sono più “attività per bambini”.

La crescita prevede il confronto con gli altri, la definizione di una propria identità, la scelta di chi si vuole essere. Questa società ed il bombardamento mediatico cui i bambini sono sottoposti insegna loro che non si deve e non si può mai perdere. Sono all’ordine del giorno studenti di prima media che devono a tutti i costi essere dominanti in una classe e prevalere, burlandosi dei più deboli o dei “diversi”; e ragazzini che d’altra parte non sono in grado di sopportare osservazioni e di reggere un confronto, arrivando all’autolesionismo e a reazioni esasperate.
Il bullismo e il cyberbullismo a scuola sono in continuo aumento, per entrambi i sessi, spesso anche celato e giustificato dai genitori. Ed il bullismo non è segno di civilità, bensì di una società che in nome della velocità e della tecnologia sta autodistruggendo sé stessa, regredendo. Quel che è peggio è che molti di questi bambini seguono l’esempio di ciò che vedono in famiglia. Se il papà picchia la mamma allora io sono autorizzato a picchiare la mia compagna di classe. Piccoli delinquenti crescono. Ma che società stiamo costruendo?

Innovazione sociale in questo senso può significare comunicazione ad personam, e non solo in rete, in chat o sui social, ascolto, empatia, incoraggiamento, accoglienza. Comprensione del perché di un disagio e ricerca di aiuto. E questi concetti non passano necessariamente per una scoperta scientifica, per una tecnologia, per un computer. Sono concetti ormai morti e sepolti, che una società troppo frettolosa non ha tempo di riesumare, abbandonando a sé stessi piccoli esseri in crescita.
Innovazione sociale è anche inclusione, nel rispetto delle regole della società civile. Quando non vengono più date regole per comodità, la giungla regna sovrana.
Innovazione sociale come responsabilità: se una ragazzina di 12 anni sceglie di buttarsi dalla finestra di un edificio perché i compagni la deridono e nessuno fa nulla, una piccola colpa è anche di chi non vuole sentire, non vuole vedere, non interviene, fa finta di nulla. L’omertà è tra le disgrazie peggiori di una società.

Veniamo ai giovani. Veniamo ai trentenni. Ai trentenni di oggi è stato detto di tutto. La nostra generazione è stata bollata come la “generazione senza futuro”. Il tasso di disoccupazione giovanile è altissimo. La situazione al Sud è ancora più drammatica che al Nord. I trentenni di oggi non andranno mai in pensione, non avranno una pensione, anche perché a malapena riescono ad avere un lavoro. In compenso, i nostri genitori fanno fatica ad andarci, in pensione, e lavoreranno per noi fino a età avanzata.
Ma che Paese è quello che manda a lavorare gli anziani lasciando a casa i giovani? Tutto va al contrario.

Innovazione sociale significa prima di tutto ricambio generazionale, scambio di informazioni, passaggio del testimone. E’ un fenomeno che dovrebbe essere naturale ma che in Italia non si verifica. I canali universitari e di carriera lavorativa sono tarpati da chi non vuole concedere spazio, offrendo come unica soluzione l’emigrazione, nel nome di un’Europa più di nome che di fatto.
Senza fiducia in ciò che i giovani possono costruire e senza volontà di lasciare loro spazio non c’è innovazione sociale, non c’è sviluppo sostenibile, anzi, non c’è proprio sviluppo. Per approfondire la condizione dei giovani professionisti in Italia leggi qui e qui.

E’ comodo utilizzare termini come “choosy” e “bamboccione” per definire un trentenne che vive ancora con i genitori. Meno comodo ammettere che quel trentenne ha studiato per vent’anni della sua vita, frequentando un dottorato di ricerca in Italia non pagato e che fa più fatica a trovare lavoro rispetto ad un neolaureato perché è troppo qualificato e perché costa troppo. Meno comodo ammettere che non farà mai carriera universitaria perché i posti sono riservati agli “amici degli amici”. Meno comodo ammettere che se il nostro dottore di ricerca tenta di lavorare in uno studio professionale gli vengono proposte posizioni “entry level” pagate meno del lavoro in un’impresa di pulizia.

Finchè i giovani non avranno diritto a un lavoro degno di essere chiamato tale, non ci sarà una vera innovazione sociale. L’infelicità dei ragazzi e dei bambini di oggi è l’espressione più autentica di una società che deve cambiare, una società che deve svoltare.

L’unica innovazione sociale possibile passa per l’INVESTIMENTO SUI BAMBINI, SUI GIOVANI E SUL LORO FUTURO, e soprattutto dall’accertarsi che essi ne abbiano uno.. di FUTURO.