Pensieri & Parole tratte da un Diario dei Giovani Ingegneri di Cagliari che con passione, sacrificio e determinazione credono che la situazione lavorativa possa e debba migliorare partendo dall’individuazione delle criticità…  

…non è la verità assoluta, giusto un “punto di vista”…

Diventare ingegnere, qualsiasi ramo si scelga, è sempre frutto di un lungo percorso di studio che porta alla laurea. Tutti i futuri ingegneri sanno fin dal principio che, come molte professioni, il percorso formativo non finisce col traguardo della laurea, ma sarà continuo per tutto il periodo lavorativo. Questo comunque non è un vincolo o un ostacolo, bensì uno stimolo. Ciò che rientra nella professione è la curiosità, che porta sempre e comunque a documentarti e ad approcciarti verso le nuove problematiche con spirito sempre nuovo.

Una volta raggiunto il faticoso traguardo della laurea, siamo tutti estremamente orgogliosi del risultato e pronti a dimostrare le nostre capacità. Peccato che non sempre questo si possa fare. Il primo scoglio da superare è passare da un’ impostazione accademica ad una pratica. Qualsiasi ingegnere che si rispetti, qualsiasi ramo abbia scelto, deve essere bravo a far convivere l’approccio tecnico-teorico e quello pratico-pragmatico ricercando un ottimo che sia un ottimo di sistema, un ottimo che soddisfi quelle infinite variabili presenti in un progetto complesso.

L’università difficilmente prepara ad uno scontro immediato con questa realtà, per tutta una serie di motivi che sarebbe appropriato approfondire in un prossimo articolo.

Tralasciamo quindi i motivi più o meno condivisibili per cui esiste una forte distanza tra percorso accademico e percorso lavorativo per riprendere il focus dell’articolo: come sviluppare l’approccio pratico-pragmatico dopo la laurea. In questi tempi di crisi questo è il primo e vero impedimento affinché le nuove generazioni possano dare un contributo concreto alla mondo del lavoro.

È l’argomento caldo da diversi anni, non solo per gli ingegneri ma nello specifico per i giovani laureati appartenenti alla fascia di età compresa tra i 23 e i 35 anni.

Le tappe più o meno obbligate per cui passa un giovane ingegnere sono: l’esame di Stato e l’iscrizione all’Albo di pertinenza. Di conseguenza, ma senza vincolo temporale nella successione degli eventi, c’è la ricerca di lavoro. La pratica è l’unica soluzione per superare il gap iniziale tra università e realtà lavorativa.

Le opportunità di lavoro fondamentalmente sono due: la libera professione e/o il lavoro dipendente. In entrambi i casi c’è un periodo nel quale si affronta il limbo del praticantato/stage/tirocinio presso studi o aziende.

Questo periodo, necessario per avere poi l’autonomia lavorativa, si presenta forse con il più alto tasso di “mortalità di neolaureati”. Aldilà di, fortunatamente, esempi positivi dove si trovano persone che riescono ad inserirsi quasi immediatamente nel mondo del lavoro, molti di noi affrontano un periodo di “sfruttamento”.

Si è detto di tutto in merito, che i giovani d’oggi sono pigri, choosy, che “respingono con leggerezza” le opportunità lontane da casa, ma nessuno si è mai preoccupato di vedere concretamente come stanno le cose in molti casi.

Partendo dal presupposto che ognuno è libero di scegliere quale sia la sua strada, se quella di espatriare o quella di continuare a lavorare nella propria terra, nessuna delle due scelte deve essere imposta né dai tempi né da pareri dei saggi esperti super partes. Quindi analizziamo le due possibilità.

Espatriare.
Sembra facile e immediato ma dietro questa opzione si nascondono diverse problematiche, prima di tutto se si vuole trovare lavoro all’estero nel 95% dei casi è obbligatorio aver una certificazione linguista a portata di mano e fresca di attestazione. Considerando il fatto che non necessariamente durante i nostri studi universitari siamo tutti riusciti a raggiungere e conseguire il livello B relativo alla lingua inglese (che è il minimo perché il curriculum venga letto all’estero), è obbligo fare un corso o partire all’estero per un periodo, che può variare a seconda delle basi di inglese (o di latra lingua, a seconda della destinazione) che si hanno. Una volta essersi allineati con la lingua si deve partire “all’arrembaggio” per trovare un lavoro che ti consenta di vivere dignitosamente e di trovare una soluzione abitativa-lavorativa che ti permetta una sufficiente qualità della vita.

Cosa c’è di male in tutto questo? Considerando una persona comune che abbia dei genitori con uno stipendio medio, e tenendo conto della crisi che porta enormi difficoltà alle famiglie per una vita decente in Italia, tutto questo programma diventa faraonico. Possiamo chiedere alle istituzioni maggiori attenzioni verso di noi? Dobbiamo! Noi giovani siamo e saremo coloro che consentiranno all’Italia di essere ancora Italia. Da questo punto di vista le nostre istituzioni sono state abbondantemente bacchettate dall’Unione Europea per scarsa attenzione e per scarsi investimenti. Non si tratta solo di Fondi per la Ricerca ma anche di fornire strumenti utili affinché ciascuno di noi possa scegliere il proprio futuro a fronte di sacrifici fatti in anni di studio e che continueremo a fare. Politiche incentrate su finanziamenti che permettano ai giovani di continuare a studiare ed a formarsi in modo da poter competere a livello internazionale e non ad essere sempre quelli più preparati ma con poca esperienza e troppo vecchi rispetto ai nostri colleghi europei.

 

Affrontiamo ora la seconda opzione: essere libero professionista in patria.
Il cammino inizia dalla ricerca di uno studio o di una istituzione pubblica che ti permetta di fare un periodo di pratica. Rispetto a qualche anno fa, sono decisamente diminuiti gli annunci di collaborazioni, poiché la crisi ha colpito, come ben sappiamo, il comparto dell’edilizia e molti altri settori. Ciononostante le collaborazioni ancora persistono, ma soprattutto persistono le condizioni poco limpide che le regolano.

Lo scandalo delle false partite I.V.A. ne è solo un assaggio. Partiamo dal presupposto che in una situazione normale, il che si verifica quasi sempre, ogni collaboratore per quanto agli inizi porta comunque un beneficio allo studio, seppur minimo. È assurdo che nel 2015 non esista nessun strumento che possa regolamentare dignitosamente i rapporti tra professionisti e collaboratori. Sono stati fatti dei tentativi ma, come al solito in Italia, si è trovato il modo per aggirare l’ostacolo: obbligare il collaboratore, per non gravare sulla contabilità dello studio con un contratto da lavoratore dipendente, ad aprire la partita I.V.A..

La partita I.V.A., oggigiorno un’operazione immediata, comporta tutta una serie di oneri che gravano sui giovani professionisti. Oneri che diventano un enorme peso da sostenere, benché esistano delle agevolazioni fiscali, soprattutto per chi ha difficoltà ad avere anche un solo cliente al mese.

L’obbligo di un lavoro dipendente non riconosciuto con una posizione I.V.A. aperta grava solo ed esclusivamente sul collaboratore, a fronte di un corrispettivo che varia dal “gratis” ad una cifra al limite dell’ipocrisia. Questo comporta una ripercussione sulla famiglia di appartenenza, e sul “tasso di mortalità lavorativo” che può significare anche cambiare lavoro, visto che è necessario un lavoro retribuito onestamente per avere una dignità in quanto persona adulta e in grado di mantenersi. Oppure si spera che in un futuro forse lontano, considerata la crisi che abbiamo in questo periodo, possa permettersi di essere libero professionista. È necessario porre l’attenzione su queste realtà perché avvelenano il mercato del lavoro scatenando una gara tra poveri, e viziano la domanda-offerta. Bisogna che gli ordini professionali, gli enti previdenziali e le istituzioni in generale trovino delle soluzioni o delle strade opportune per rimettere in piedi un sistema che senza il quale, il lavoro e l’Italia non riparte.

C’è di fatto da dire che il lavoro oggi è cambiato, soprattutto per chi è un giovane libero professionista che deve barcamenarsi tra la promozione personale, la formazione per poter differenziarsi e specializzarsi, e il fare rete con altri professionisti.

Non è più pensabile definire l’ingegnere come un tuttologo, ormai nel mercato non è più spendibile una figura professionale simile, non solo per la complessità del panorama normativo italiano ma anche per l’insieme di tutte le sfaccettature che ormai la professione di ingegnere abbraccia. Nasce, invece, un nuovo modo di fare i professionisti: unirsi, creare rete in modo da poter rispondere affermativamente sia alle richieste dei singoli utenti che del mercato. Fare rete tra le varie figure, fare rete nel web, creare un modo nuovo per poter essere competitivi nel mondo globalizzato senza tralasciare la formazione continua e specifica dei proprio ambiti e delle proprie passioni.

Per tale motivo nasce il bisogno di rivendicare le giuste attenzioni da parte del mondo delle istituzioni affinché fornisca mezzi e luoghi dove poter creare tutto questo, ad esempio attraverso il coworking, i finanziamenti per formarsi, gli accessi agevolati al credito, e quindi attraverso la scommessa in fin dei conti sulle nuove generazioni che hanno voglia e grinta di far emergere un’ Italia contemporanea, non un’ Italia del boom economico ma bensì un’ Italia nuova con nuovi stimoli e nuove prospettive.