I tragici eventi che hanno investito il centro Italia la settimana scorsa hanno rimesso al centro dell’attenzione del Paese il concetto di sicurezza strutturale. Purtroppo, queste stesse circostanze si stanno drammaticamente ripresentando ogni 4-5 anni in corrispondenza dell’ennesimo evento sismico, che ci ricorda come costruzioni affidabili rispetto agli ordinari scenari di carico statici, possano esserlo molto meno sotto l’azione dinamica di un terremoto.

Il dibattito post-sismico che si dipana sui media, compresi i social, veicola disinformazione e giudizi tutt’altro che esperti in cui i concetti di “ripristino”, “ristrutturazione”, “miglioramento” e “adeguamento” si permutano indifferentemente. Si inseguono improbabili confronti con la realtà del Giappone o della California, si ripropongono vecchie litanie e l’immancabile balletto delle responsabilità, eventualmente culminante nella ricerca di un capro espiatorio che consenta di sollevare la coscienza di un Paese davanti all’ineluttabilità di questi eventi drammatici. Dopo il terremoto de L’Aquila fu il turno delle imprese coi loro “calcestruzzi depotenziati” e degli esperti della Commissione Grandi Rischi, incapaci di “prevedere” gli eventi sismici. Ora sarà il turno dei professionisti coinvolti nelle ricostruzioni dopo il terremoto del 1997 di Marche e Umbria?

Quel che abbiamo imparato negli ultimi anni è che, calato il sipario, si ritorna alle vecchie abitudini ed al vecchio modo di intendere l’assegnazione di appalti ed incarichi professionali e alla marginalità che da tempo si dà alla sicurezza strutturale nel processo edilizio. Al contrario un dibattito costruttivo deve innanzitutto stimolare una presa di coscienza sulle condizioni di sicurezza del patrimonio costruito e promuovere un cambio di mentalità.

Certamente la complessità della materia non giova, ma in un dibattito aperto anche ai non-tecnici si deve fare distinzione tra pericolosità sismica del territorio, che è medio-alta in Italia, e la vulnerabilità che invece è molto alta per le caratteristiche proprie della maggior parte del nostro patrimonio edilizio tra cui: obsolescenza, casi diffusi di abusivismo, data di edificazione che precede l’emanazione delle norme sismiche di seconda generazione (ai sensi della L. n.64/1974) o la modifica delle mappe di pericolosità, esigenze di tutela storico-artistica.

L’adeguamento di un patrimonio edilizio costituito da decine di milioni di unità, in particolare quello dei centri storici, richiederebbe un impegno economico straordinario, difficilmente sostenibile e imponibile ex lege ai privati, ma arduo anche per le finanze dello stato, giacché si stima complessivamente in centinaia di miliardi.

Il miglioramento sismico, d’altra parte, è praticabile in modo economicamente più sostenibile e quindi più diffuso. Non a caso questa constatazione è stata al centro del dibattito che ha accompagnato la stesura del Capitolo 8 della revisione delle Norme Tecniche per le Costruzioni di prossima pubblicazione. Ma è opportuno che a tutti i livelli sia ben chiaro che, implicitamente, si accetta un livello di sicurezza inferiore a quello delle nuove costruzioni, come è del resto anche nel caso di adeguamento, ponendo alla base del progetto di intervento un’azione sismica pari all’80% di quella per le nuove costruzioni.

A contraddistinguere e complicare ulteriormente la situazione Italiana vi è poi l’esigenza e l’impegno nella conservazione del patrimonio storico sottoposto a vincoli e tutele ai sensi del Codice dei Beni Culturali e delle norme urbanistiche, che tecnicamente è difficile contemperare con gli interventi di messa in sicurezza e rinforzo. Pertanto quando si ha a che fare soprattutto con edifici monumentali, ancora una volta si accetta una deroga sul livello di sicurezza.

A queste problematiche tecniche si aggiunge il tema della responsabilità politico-culturale che coinvolge allo stesso modo cittadini e istituzioni, per cui in “tempo di pace” si perde velocemente la percezione del rischio (vedi anche quello idrogeologico) e con leggerezza si accettano pratiche non virtuose nel processo edilizio, per poi intervenire e programmare di nuovo sulla scorta dell’emergenza e dell’emotività della tragedia.

In tal senso, appare opportuno evidenziare responsabilità e doveri non solo a carico dei professionisti e delle imprese, ma anche del committente, sia esso pubblico o privato, in quanto titolare dei capitoli di spesa e del potere decisionale e di programmazione. È esperienza quotidiana per i tecnici competenti in materia, come gli strutturisti, e deontologicamente responsabili di essere etichettati come delle Cassandre ansiogene quando paventano rischi, o in cerca di facili guadagni quando sottolineano la necessità delle indagini sui fabbricati e sui terreni di fondazione.

L’ennesima e severa lezione del terremoto ha evidenziato ancora una volta la necessità di istituire sistematici programmi di prevenzione tramite analisi di vulnerabilità sismica, già obbligatorie per gli edifici strategici, anche a carico di tutti gli immobili che necessitano di un atto formale. In tal modo, al pari della certificazione energetica sarà possibile allegare agli atti un Attestato di Certificazione Sismica (ACS), come parte di un Fascicolo del Fabbricato di cui tanto si è discusso negli ultimi anni, ma ben poco si è fatto. Questa certificazione dovrà fornire ai proprietari degli immobili una misura chiara e sintetica del grado di sicurezza strutturale delle loro proprietà.

Tale ricognizione sul patrimonio edilizio si pone come strumento base di programmazione per gli investimenti strutturali per risanare edifici socialmente strategici quali scuole ed ospedali, che sinora in occasione dei terremoti sono state spesso luogo di lutti e inagibilità.

Dal punto di vista scientifico la scuola di progettazione italiana non ha nulla da invidiare ai colleghi americani o giapponesi, con cui peraltro a livello accademico esistono proficue collaborazioni e interlocuzioni. Esistono tanti professionisti dotati delle competenze necessarie per affrontare in modo efficace la sfida tecnica degli interventi sul patrimonio esistente e della progettazione di nuovi edifici in grado di salvaguardare l’incolumità di cose e persone e di mantenere l’operatività dei fabbricati in caso di calamità. La complessità della materia e l’opportunità di scongiurare certe derive del mondo professionale, suggeriscono di dotarsi di adeguati sistemi di certificazione delle competenze. Deve essere chiaro che molto ancora però deve fare la ricerca, poiché la nostra conoscenza del fenomeno sia in termini sismologici sia ingegneristici è in continuo divenire e si evolve con l’esperienza (purtroppo), coi mezzi tecnici dei professionisti e con la tecnologia dei mezzi di indagine, monitoraggio ed intervento.

Conservazione e messa in sicurezza del Paese secondo standard più o meno severi, purché condivisi, rappresentano un percorso oneroso e lungo, certamente pluridecennale. Un obiettivo quindi di lungo corso che deve superare la tendenza all’oblio e la ricerca dell’immediato riscontro politico che caratterizzano le scelte strategiche nel nostro Paese. D’altra parte nel 2016 non è più tollerabile che ci siano famiglie di concittadini distrutte e vite spezzate per colpa di eventi naturali che oramai conosciamo bene. Il futuro è davanti a noi e l’ingegneria strutturale si trova al centro.

 

In conclusione, con questo articolo si vogliono avanzare le seguenti proposte:

  • la valutazione dell’impegno economico non può prescindere dalla pianificazione del tipo di intervento da attuare sul patrimonio edilizio esistente, con piena coscienza da parte di tutti del livello di sicurezza ad esso associato;
  • al centro del complesso processo di messa in sicurezza, accanto alle problematiche tecniche, vi sono le scelte ed il potere decisionale e di programmazione del committente pubblico e privato;
  • l’istituzione dell’Attestato di Certificazione Sismica (ACS) sarebbe lo strumento per una misura chiara e sintetica del grado di sicurezza strutturale degli immobili;
  • in un panorama scientifico nazionale di alto livello e in stretta interlocuzione con il mondo scientifico internazionale, la complessità della materia dell’ingegneria sismica suggerisce l’opportunità di dotarsi di adeguati sistemi di certificazione delle competenze dei tecnici che intervengono sul patrimonio edilizio esistente, così come sulle nuove costruzioni.

 

Commissione Strutture dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Cagliari
ing. Ph.D Daniel Meloni | Department of Civil and Environmental Engineering and Architecture University of Cagliari
ing. Ph.D Flavio Stochino | Institut für Statik und Dynamik der Tragwerke TU Dresden_Department of Civil, Environmental Engineering and Architecture University of Cagliari​
ing. Carlo Locci | Ingegnere Strutturista_Libero Professionista
ing. Gianluca Garau | Strutturista_Libero Professionista