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Secondo l’ultimo report Infocamere relativo al III trimestre 2015, l’universo delle startup ha registrato una crescita a doppia cifra: + 10,8% rispetto al periodo precedente; con un numero di start up registrate pari a 4704, in aumento di 456 unità rispetto all’anno precedente. Di queste imprese, oltre 3000 sono state costituite dopo l’entrata in vigore del decreto-legge 179/2012. In particolare, il 27% è stato costituito nel 2015, il 31% nel 2014, il 21% nel 2013, il restante 21% prima del 2013. I dati in crescita dimostrano che in Italia c’è ancora voglia di scommettere su se stessi, mettere alla prova le proprie capacità professionali e imprenditoriali, “fare impresa” per guadagnarsi un posto nel mercato e costruirsi un futuro solido attraverso il lavoro.

Il mondo delle start up è una realtà molto complessa, variegata ed eterogenea: in Italia le imprese innovative rappresentano lo 0,31% del totale delle società di capitali italiane, con un capitale sociale pari complessivamente a quasi 236 milioni di euro, ma esse si differenziano molto tra loro per forma giuridica, capitale sociale, fatturato. Alcune rappresentano delle realtà già consolidate, lavorando anche in ambito internazionale; per citarne alcune: VisLab, auto robot dell’Università di Parma, nata nel 2010 e comprata da Ambarella Inc., società americana quotata al Nasdaq; Talent Garden, uno dei primi coworking in Italia nato nel 2011 che è riuscito ad espandersi in 8 città in Italia e poi all’estero, arrivando a 14 sedi nel mondo; Musement, fondata nel 2013, fornisce informazioni dettagliate su ogni attività o evento disponibile, operando con oltre 3000 attività in 25 nazioni. Altre, invece, stentano a crescere nella difficoltà di trovare e accedere a fondi o per l’eccessiva lentezza e complessità delle procedure amministrative.START UP immagine 2

Che siano società a responsabilità limitata o srl semplificata, o ancora società cooperative o società per azioni, per questa tipologia di imprese uno dei fattori chiave è la qualità del capitale umano dei soci fondatori: il genere e l’età anagrafica, la tipologia di formazione, il possesso di determinati titoli di studio (laurea magistrale, master o dottorato) e l’esperienza lavorativa pregressa assumono un ruolo determinante. Padroneggiare adeguate competenze e conoscenze può essere uno strumento per garantire il successo e la sopravvivenza della startup e per attrarre eventuali investitori.  Come emerge da indagini statistiche condotte dall’Università di Padova e dal Politecnico di Milano, nella maggior parte dei casi il fondatore di startup è una persona con una precedente esperienza manageriale, un’età prossima ai 40 anni e in possesso di un grado di istruzione elevato, prevalentemente in ambito tecnico.

Se da un lato la qualità del capitale umano è un fattore comune, dall’altro il panorama italiano delle startup presenta una molteplicità di tipologia e distribuzione che lo rendono molto variegato.  Da un punto di vista di distribuzione per tipologia di impresa, circa un quarto delle imprese innovative presenti nel Registro, ossia 1122 start up, è costituito da imprese giovanili (under 35), 611 (13%) presentano una compagine societaria a prevalenza femminile, 99 (solo il 2,1%) sono invece a prevalenza straniera.

Sotto il profilo della distribuzione territoriale, La Lombardia è la regione che ospita il numero maggiore di startup innovative: 1018, pari al 21,6% del totale; seguono l’Emilia-Romagna con 541 (11,5%), il Lazio 455 (9,7%), il Veneto 360 (7,6%) e il Piemonte 326 (6,9%). Le Regioni meno “virtuose” sono la Basilicata con 30, il Molise con 19 e la Valle d’Aosta con 12 start up. Allarmante è il dato registrato da recentissime indagini in Puglia dove il 90% delle start up non possiede dipendenti ed ha un fatturato pari a zero, dati che senza ombra di dubbio deve fare riflettere su come questi strumenti di impresa vengano gestiti sul territorio Italiano.

Da un punto di vista settoriale, il 72,3% delle startup innovative fornisce servizi alle imprese, tra cui prevalgono le specializzazioni in produzione software e consulenza informatica, attività di R&S ed attività dei servizi d’informazione. Il 18,8% opera nei settori dell’industria in senso stretto: dalla creazione e produzione di computer e prodotti elettronici e ottici alla realizzazione di macchinari ed apparecchiature elettriche, mentre il 4,2% delle startup opera nel commercio.

Nel trimestre 2015 considerato, non solo sono cresciute le startup in termini di numero, ma si è registrato un aumento anche sotto il profilo occupazionale: le 1710 startup con dipendenti impiegano 14891 persone, il 24,6% in più.

I dati parlano chiaro: la realtà delle startup è un ecosistema vitale in crescita, in grado di produrre e innovare il nostro Paese, ma siamo ancora ben lontani dalle cifre in termini di numero, fatturato e occupazione rilevate in Paesi come la Germania, la Francia o gli Usa che registrano capitalizzazioni di migliaia di milioni di euro. Gli italiani sono spinti dal dinamismo dell’innovazione creativa e hanno voglia di reinventarsi, ma questo non basta. Essi devono poter contare su un adeguato e dinamico supporto economico, oltreché su una maggiore semplicità e versatilità dell’apparato giuridico-amministrativo,  alla pari di altri Stati. L’Italia deve diventare più competitiva, premiare il merito scientifico/tecnologico ed il potenziale commerciale dei progetti, lanciare programmi giovani e ambiziosi che mirano ad attrarre innovatori da tutto il mondo. L’Italia deve investire su se stessa come lo fanno gli Italiani. Qualcosa si è mossa, sono nati incubatori e acceleratori di startup come B-Ventures, Tim#Wcap, Industrio ed altri ancora. Ma è necessario fare di più per fare in modo  che le idee innovative e virtuose, tutte italiane, non debbano “scappare” dal nostro Paese.