L’ingegnere italiano è stato in passato e deve essere in futuro un punto di riferimento culturale.
Un ingegnere che, non solo etimologicamente, sia più vicino all’ingenium e meno all’engine

Non ho paura che l’intelligenza artificiale dia ai computer la capacità di pensare come gli esseri umani. Sono più preoccupato delle persone che pensano come computer, senza valori o compassione, senza preoccuparsi delle conseguenze”.
Così ha detto Tim Cook al MIT di Boston nel suo discorso alla cerimonia di congedo dei laureandi nel giugno 2017. Il numero uno di Apple, che oltre ad essere un top manager è anche un ingegnere, ha insistito non tanto sullo straordinario progresso tecnologico, quanto sulle responsabilità morali e civili che quel progresso comporta. Una riflessione che riporta al centro dell’attenzione etica e cultura.

In un momento in cui la diffusione delle tecnologie robotiche sta modificando radicalmente i processi produttivi e la connessione alla rete sta diventando man mano più pervasiva attraverso l’Internet of Things e i Big Data è difficile fermarsi a riflettere su etica e cultura perché oggi le preoccupazioni sono rivolte spesso altrove, come a dibattere della sicurezza (privacy), dell’origine del dato (fake news) e dei risvolti negativi degli strumenti che tagliano i posti di lavoro tradizionali (automazione digitale).

Perché tutto sta cambiando e questo cambiamento non può essere lasciato andare, come spesso è accaduto in passato, ma va guidato, va governato.
Secondo uno studio del World Economic Forum il 65% dei bambini che sta iniziando in questi anni il ciclo di studi, al termine farà un lavoro che oggi non esiste ancora. E, parallelamente, molti mestieri e altrettante professionalità spariranno dall’orizzonte. La sfida è quella di saper governare in modo equilibrato la transizione, evitando che le nuove tecnologie aggravino gli squilibri retributivi e sociali, e anzi, dove possibile, riescano a migliorare la situazione che si è venuta a creare in questi anni di crisi (ma che forse in futuro chiameremo più che crisi, anni di transizione).

È questione politica, etica e culturale.
Di governo della società.
Di valori.
Di regole.
Di ricostruzione di un welfare oggi insostenibile.
Di governance delle imprese.
Di relazioni industriali da ripensare da zero.
Di consapevolezza del ruolo che ciascuno ricopre.

Il fine è quello di andare oltre la società liquida, teorizzata, studiata e analizzata da Bauman, nella quale ci troviamo, di superare la fragilità, la provvisorietà e la tendenza a cambiare continuamente politiche senza una meta.
C’è in ballo molto, certamente il futuro economico, ma non solo.
In ballo c’è soprattutto la nostra libertà.
Il ruolo di guidare il cambiamento è fondamentale proprio per raccordare il passato con il futuro, per far sì che il contributo dell’intelligenza artificiale, o se vogliamo vederla più vicina e concreta, della presenza pervasiva della tecnologia nel nostro quotidiano, possa contribuire al progresso e non diventare incipit del regresso.
Per far sì che non si arrivi al panopticismo digitale, per non concedere al computer (o meglio, a chi poi possiede i dati) la possibilità di controllo sugli individui limitando, sino ad eliminare, la libertà personale.

Oggi attraverso gli smartphone abbiamo già rinunciato a parte della nostra privacy, concedendo la possibilità di sapere dove siamo, dove andiamo, cosa e quando consumiamo, con chi lo facciamo, se e come ne siamo soddisfatti. Domani con un Internet of Things che pervade la nostra vita tutto sarà monitorato e schedato, anche la nostra salute.
E per questo ci vuole una riflessione etica importante: porre dei limiti e vigilare su di essi.
Ma anche di cultura, perché tutto ciò sta componendo un mondo sempre più complesso, un mondo che può essere compreso e vissuto appieno solo attraverso una conoscenza maggiore, una cultura che non si limiti ai soli aspetti tecnici ma che sia reale fusione tra scienza e umanesimo.
Dobbiamo cogliere il momento e valorizzare il nostro approccio culturale italiano, unico al mondo, valorizzare la contaminazione disciplinare, la pluralità dei linguaggi.
L’ingegnere italiano è stato in passato e deve essere in futuro un punto di riferimento culturale, una cura che porti in sé la cultura politecnica. Un ingegnere che, non solo etimologicamente, sia più vicino all’ingenium e meno all’engine.
E, per questo, è tempo di ripensare globalmente al percorso universitario, di lasciare modelli che partono da un approccio culturale differente, dove l’ingegnere è un tecnico di alto livello ma nulla di più.
Modelli che peraltro si sono dimostrati inefficaci.
Parallelamente è di fondamentale importanza che l’aggiornamento delle competenze professionali sia quanto più variegato e permetta di accrescere le conoscenze trasversali alle singole discipline in cui si può scomporre l’ingegneria.
Andrew James Taggart, filosofo all’Università del Wisconsin, teorico della “filosofia pratica”, afferma che: “È sbagliato sostenere che gli esperti di tecnologia stiano guidando la rivoluzione industriale. Sarebbe invece più appropriato dire che l’innovazione e l’imprenditoria hanno bisogno di individui con un background nelle scienze umane e sociali per generare idee e raccontare storie riguardo a ciò che per il momento non esiste ma potrebbe esistere in futuro. La filosofia dà due contributi essenziali: fare domande che altri non ipotizzerebbero nemmeno; investigare questioni basilari con lo scopo di mostrare che è possibile immaginare alternative alla nostra realtà concreta. La filosofia, come l’arte, ricorre ai posteri dell’immaginazione nella prospettiva della creazione”.

Oggi il ruolo dell’ingegnere italiano è proprio di essere quella figura allo stesso tempo specializzata e multidisciplinare, in grado di guidare la rivoluzione digitale nel suo complesso, prima ancora che la rivoluzione industriale in atto.

Non siamo chiamati ad essere semplicemente inventori, episodici ed estemporanei, ma ad essere innovatori sistemici e sistematici.
Dobbiamo essere pronti a metterci in discussione.
A gestire la complessità senza ricorrere alla ricerca della sempli cazione.
A ragionare, sovrapponendo i diversi linguaggi, con politici, sociologi e loso sui limiti etici e morali.
A progettare il futuro.

< Oggi il ruolo dell’ingegnere italiano è quello di essere una figura allo stesso tempo specializzata e multi-disciplinare, in grado di guidare la rivoluzione digitale nel suo complesso, prima ancora che la rivoluzione industriale in atto.

< Dobbiamo cogliere il momento e valorizzare il nostro approccio culturale italiano, unico al mondo, valorizzare la contaminazione disciplinare, la pluralità dei linguaggi.

Marco Cantavenna

da “L’Ingegnere Italiano” n. 2 – 2017