“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società”
(art. 4, Costituzione Italiana)

Si tratta di uno degli articoli più belli della Costituzione Italiana, che come un monito rammenta il nostro ruolo di cittadini: da un lato, abbiamo dei diritti. Dall’altro lato, abbiamo dei doveri. E se il tema “lavoro” non è oggi per nulla scontato, non lo è nemmeno il tema del “dovere di cittadino”. Perché io, cittadino, dovrei occuparmi della società? Cosa fa la società per me? E soprattutto, come posso concorrere al progresso?
E’ implicito che come punto di partenza dobbiamo considerare la società anche un po’ “nostra”. Dobbiamo sentirci parte di un tutto più grande, di un’enorme “Intelligenza Collettiva”. Ma cosa accade se avviene una sorta di straniamento, se non riusciamo a condividere ciò che gran parte delle persone fa e se ci sentiamo parte di un meccanismo che non ci piace? Possiamo cercare di invertire la rotta. Possiamo iniziare a pensare con la nostra testa. Possiamo cercare di costruire qualcosa di nuovo e di diffondere idee nuove, basate sugli ideali e sui valori in cui crediamo.
Innovare è possibile. La diversità può divenire un valore aggiunto, il confronto tra valori può creare quella tensione creativa di cui l’innovazione si nutre. Le singole idee sono più potenti se condivise e se ci lavora una “squadra”. Il valore di una squadra è dato dalle relazioni tra i singoli e dalla presenza di obiettivi comuni. Una squadra dove ognuno fa il proprio interesse e non quello della collettività è un gruppo che non va lontano. Per me oggi creare innovazione è riuscire a trovare punti di accordo e posizioni condivisibili tra fazioni e ideologie apparentemente inconciliabili, per il bene della società. Perché continuare a litigare e rimanere a guardare senza muoversi dalle proprie posizioni non può che lasciare nell’immobilità. L’immobilità richiama la riflessione e per questo è utile, ma non può esaurirsi in sé stessa e divenire inerzia.
L’innovazione si basa sul fare, non solo sul parlare. Affrontare le diversità e valorizzarle è la vera sfida di oggi: consente di fronteggiare più futuri possibili. La base dell’innovazione è la partecipazione. La partecipazione attiva in Italia per il bene della società è oggi poca, pochissima. Sta a noi incentivarla, comunicando la diversità come motore del cambiamento sociale e ricombinazione di elementi pregressi. Anche se diversi, come cittadini italiani formiamo una Intelligenza Collettiva con potenzialità enormi. Nello stesso modo, i leader sono coloro che creano altri leader, che non temono la crescita dei collaboratori e degli amici.
L’attivazione delle comunità passa soprattutto per l’essere “pionieri” nel metodo. Le periferie urbane, per esempio, luoghi “diversi” dai centri, sono un elemento chiave per la valorizzazione dei contesti urbani e metropolitani. Le periferie sono luoghi privilegiati di accesso a diversi modi di guardare la realtà, che possono unire e non devono separare. I temi dell’avvicendamento sociale e dell’esclusione possono lasciare spazio in modo costruttivo all’integrazione e all’inclusione, facendo del non luogo periferico un nuovo centro urbano. Per fare questo occorre che ci siano contatti ben organizzati e densi di valore tra centro e periferia, in una sorta di relazione biunivoca; occorre che ci sia volontà di ripartire dal dialogo sociale e dalla diversità, di portare avanti progetti architettonici partecipati e che vedono il coordinamento di enti locali, associazioni, facilitatori e utenti finali del costruito. Occorre progettare una città bella, vivibile, sicura, che sia per tutti e non solo per alcuni. Le periferie non sono contenitori di persone, sono luoghi di sogni, speranze e progetti. Devono essere espressione di qualità urbana ed esprimere orgoglio di appartenenza alla società, all’Intelligenza Collettiva.
Molte idee innovative nascono dal basso, da necessità contingenti, e forse proprio per questo hanno una forza rivoluzionaria. Perché sono fortemente volute e cercate. Le necessità del luogo, la dimensione territoriale e le individualità della collettività possono contribuire a creare la città che vorremmo, la città che immaginiamo, e farla divenire concreta, generando “progresso materiale e spirituale” nella società.
Ci vogliono una buona dose di altruismo e di pazzia, ma può aiutarci a essere migliori e a migliorare ciò che viviamo ogni giorno.