Il Comandante Alfa, uno dei Carabinieri che ha fondato nel lontano 1978 il GIS (Gruppo Interventi Speciali), reparto d’élite dell’Arma dei Carabinieri, ha incontrato lo scorso 19 gennaio presso la Biblioteca Comunale l’Ordine degli Ingegneri della provincia di Como. L’evento ha riscosso grande interesse non solo da parte degli iscritti, ma dell’intera collettività.

Oggi il Comandante Alfa non ha più un ruolo operativo per raggiunti limiti di età, ma prosegue la sua attività all’interno del GIS come istruttore e con la grande responsabilità del reclutamento dei nuovi operatori, provenienti dal Primo Reggimento Carabinieri Paracadutisti “Tuscania”.

L’umiltà è una delle sue doti più belle, unita alla determinazione e alla generosità d’animo, ma anche a un piglio flemmatico e riservato. Quando gli ho proposto questa intervista ha subito accettato di buon grado…

Comandante Alfa, sappiamo che gli uomini del GIS per motivi di sicurezza devono tenere segreta la propria identità, qual è il suo nickname?
Ognuno di noi ha un soprannome. Il mio è Cigno, come Van Basten, perché amo il calcio e giocavo da centroavanti. Poi sono sempre stato tifoso del Milan. Comandante Alfa è il nome in codice assegnatomi per una operazione.

Chi sono gli Operatori del GIS e come si può entrare a far parte di questo reparto?
Per far parte dei GIS si deve essere innanzitutto un carabiniere paracadutista del reggimento Tuscania con almeno tre anni di servizio. La selezione inizia con un colloquio psicoattitudinale per capire le motivazioni che spingono a questa scelta: occorre essere persone capaci di pensare, perché nel reparto non servono “Rambo” ma uomini equilibrati che sappiano riflettere e ragionare. Infatti i nostri interventi sono sempre pianificati nel dettaglio, perché per noi la prima regola è cercare di risolvere le situazioni senza metter mano alle armi, ricorrendo alla fantasia e all’inventiva per proteggere le persone da potenziali conflitti a fuoco. Occorre poi avere un’ottima preparazione fisica, perché un operatore del GIS deve saper affrontare anche gli imprevisti in ogni tipo di ambiente.

Per esempio?
Un uomo del GIS sa muoversi nel fondo del mare, paracadutarsi ad alta quota, guidare ad alta velocità con precisione, oltre ad essere un tiratore scelto.
La disponibilità è un’attitudine indispensabile per un incursore, insieme all’umiltà. Un’altra caratteristica è l’abnegazione, una parola ormai in disuso, che significa mettere i propri interessi in secondo piano rispetto al servizio. Far parte di questo reparto vuol dire dedicare anima e corpo all’allenamento e all’addestramento, senza soluzione di continuità, per essere sempre pronti, allo scopo di ridurre al minimo le probabilità d’insuccesso.

Si può dire che lei ha dedicato la vita all’Arma dei Carabinieri?
Ho dedicato 40 anni della mia vita al reparto, ci sentiamo una grande famiglia. Siamo partiti in ventisei nel 1978 per volere del Ministro degli Interni di allora, l’onorevole Francesco Cossiga. Eravamo tutti carabinieri paracadutisti del “Tuscania”, in cinque abbiamo avviato il reparto.

Tra i cinque pionieri del reparto c’era Enzo Fregosi, che il 12 novembre 2003 fu vittima dell’attentato di Nassiriya in Iraq. Che ricordo ha di quei tristi momenti?
Enzo era un amico e mi manca ancor oggi perché abbiamo lavorato più di trent’anni insieme. Prima che partisse per Nassiriya, abbiamo organizzato un incontro per salutarlo. Sentivo che avrebbe potuto accadergli qualcosa e cercai di dissuaderlo dal partire, anche perché gli mancava poco tempo per andare in pensione… Lui volle fare un’ultima esperienza, che purtroppo fu quella fatale.

Qual è stata la sua prima operazione?
Il battesimo del GIS è stato l’intervento per liberare il supercarcere di Trani in Puglia. Quel giorno eravamo soltanto ventisei operatori e abbiamo dovuto combattere contro 98 ergastolani per liberare i dodici poliziotti della penitenziaria che erano stati presi in ostaggio. La difficoltà è stata quella di riconoscere gli ostaggi perché i detenuti avevano scambiato i vestiti, indossando la divisa e costringendo gli agenti a mettere le loro tute. Separarli è stata un’impresa, ma alla fine l’operazione è riuscita e il gruppo ha ricevuto gli elogi da parte della collettività. Per noi è stato molto importante, perché essendo la nostra prima operazione, dovevamo capire se fossimo sulla strada giusta dopo tre lunghi anni di addestramento. Il reparto dei GIS è da allora un riferimento. Da quel momento abbiamo raffinato e migliorato giorno dopo giorno le nostre tecniche e le strategie di azione. Per noi la sicurezza dell’ostaggio viene prima di tutto e il nostro compito è quello di proteggerlo.

C’è un’operazione che le ha lasciato un ricordo indelebile?
Il rapimento di Patrizia Tacchella, che allora era una bambina. Come sempre avevamo preparato con cura il piano dell’intervento per portare a termine la sua liberazione. Entrammo in azione nella villa di Santa Margherita Ligure dove era segregata alle 4 del pomeriggio, un orario insolito, per cogliere di sorpresa i rapitori dopo averne studiato per giorni i movimenti. Il mio compito era quello di raggiungere la bambina nel più breve tempo possibile, proteggerla e portarla in salvo, mentre i colleghi perlustravano la casa. Nella stanza dove era tenuta prigioniera, Patrizia stava giocando con una bambola; quando mi vide si spaventò, allora per tranquillizzarla mi tolsi il mefisto e le dissi che eravamo carabinieri. Ricordo la sua risposta: “Vi stavo aspettando!” Per me fu una soddisfazione enorme, un’emozione indescrivibile.
Recentemente abbiamo avuto l’occasione di rincontrarci: ormai è mamma ma ha riconosciuto la mia voce. Abbiamo pianto insieme ricordando quei momenti.

Cosa sono la paura e il coraggio per un incursore?
La paura è un’emozione con cui bisogna convivere. Lavoriamo molto su noi stessi con l’aiuto degli psicologi, per imparare a gestire la paura e a separare quella percepita da quella reale. La paura è importante perché aiuta a ragionare e ad affrontare ogni intervento con cautela, per tutelare noi stessi e la vita di tutte le persone coinvolte.
Il coraggio non può prescindere dalla prontezza e dalla lucidità, e nasce sempre da un’attenta preparazione.

Quanto ha interferito nella sua vita privata il dover essere sempre disponibile e pronto all’azione?
Essere un operatore del GIS comporta anche molte rinunce: non esistono feste o vacanze perché dobbiamo essere pronti a partire 24 ore su 24, entro 30 minuti dalla chiamata, pertanto non possiamo allontanarci dalla base. Le persone maggiormente penalizzate sono naturalmente i famigliari e in particolare i figli.

Com’è cambiato il GIS in tanti anni e qual è il profilo dei nuovi operatori rispetto al vostro inizio?
Oggi con la tecnologia e le sue applicazioni si possono trovare soluzioni che prima erano impensabili. Anche nel campo delle operazioni speciali ci sono stati dei grossi cambiamenti, ma come reparto speciale, ora come allora, non siamo secondi a nessuno a livello internazionale.

Ringrazio il Comandante Alfa per il tempo dedicato a quest’intervista, ma soprattutto per aver lavorato tutta la vita per difendere la sicurezza degli italiani sia in patria sia nelle missioni all’estero.